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Ghino di Tacco

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Ghino di Tacco
 
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Nato alla Fratta di Torrita nella seconda metà del 1200, figlio di Tacco Monacheschi dei Pecorai, Ghino si dà al brigantaggio come tanti atri nobili del tempo, in odio ai senesi che avevano occupato il suo feudo ed in alleanza con i ghibellini ribelli che nel 1288 avevano conquistato Trequanda, Asciano ed una parte della Val Di Chiana.
 

Le cronache di un tempo lo descrivono come uno spietato masnadiere, capace però di nobili gesta.

Soprannominato il 'Falco della Val D'Orcia' Ghino colleziona una lunga serie di condanne per le continue ruberie della sua banda lungo la Via Francigena, per il seguestro della contessa Margherita di Campiglia, per i tentativi di impossessarsi delle Serre e di Scrofiano. Ma il gesto che più gli dà fama è l'uccisione del giudice Benincasa di Laterina che aveva condannato a morte uno dei suoi fratelli ed uno zio: Ghino lo rintraccia a Roma e nella sala stessa del tribunale, lo decapita, infilza la sua testa sulla lancia e se ne torna nel suo tetro ed imponente castello di Radicofani, dove tiene appeso per mesi il macabro trofeo nel punto più alto della rocca.

 

Il rapimento dell'abate di Cluny ed il suo rilascio senza riscatto, gli valgono la riconoscenza del Papa Bonifacio VIII che lo riceve a Roma, lo nomina cavaliere giovannita nell'esercito pontificio e diviene suo protettore. Alla morte del Papa, tornato in Val di Chiana, dove il ricordo delle sue imprese e l'odio contro di lui erano rimasti vivi, muore assassinato in un agguato nelle vicinanze di Sinalunga.
 

Miscuglio di nobiltà e bassezza, di ferocia e di cavalleria, Ghino di Tacco viene celebrto da Dante nel VI canto del Purgatorio (purg. VI 13,14). Boccaccio, pur definendolo 'rubatore di strade' ne resta affascinato tanto da dedicargli nel Decameron la seconda novella della decima giornata.

Metà storia e metà leggenda le imprese di Ghino di Tacco sono state nel corso del tempo soggetto di numerose rappresentazioni sceniche popolari e materiale di studio per gli storici.

 

 

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